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Sipario

Si parla tanto della riapertura di cinema, teatri, insomma di tutti quei luoghi in cui immergersi in realtà parallele dove si può fantasticare in qualche modo di quel mondo, di quel carattere che tanto bene potrebbe starci addosso o che tanto sogniamo di incontrare.

Quello di cui non ci siamo ancora accorti è che la teatralità, i colpi di scena, o i colpi e basta, li viviamo tutti i giorni, nel nostro quotidiano, e spesso vediamo scorrerci sotto gli occhi copioni triti e ritriti di cui si conoscono a memoria le battute.

Quante volte con un catalogo infinito di film abbiamo selezionato sempre lo stesso, conosciamo i personaggi a memoria e quello che stanno per dire? Quante volte ci abbandoniamo al nostro ‘comfort film’ per staccare dalla pesantezza della giornata, per dimenticare quel cliente rompiscatole o l’amico stronzo? Probabilmente più di quanto non vorremmo ricordare.

Eppure, accanto ai film familiari nei quali troviamo rifugio, ci sono anche gli incubi, che per la legge di Murphy hanno sicuramente un’alta percentuale di probabilità che si manifestino anche nel nostro quotidiano. Certo, mica potete mai pensare che ci sia Jhonny a farvi librare in aria sulle note di ‘The time of my life’?

La vita è così, ti lascia spettatore più di tragedie che di commedie. A volte il protagonista sei tu, altre ti siedi, aspetti mentre ascolti il vociare sommesso e poi parte da dietro le quinte il ‘chi è di scena!’

Quando diventi spettatore di una storia che già conosci, in cui i protagonisti sono altri, ti vengono alla mente tutte le battute del copione, un po’ come un’epifania; man mano riaffiorano gli atti, le scene, le pause. E questo non per un dolore assopito, ma semplicemente ti rendi conto che le storie si ripetono, evolvono, i soggetti delle sceneggiature cambiano, ma la trama resta sempre uguale a sé stessa.

La vita trova il suo modo di essere teatrale, ed è sempre lei che decide a chi affidare i ruoli, chi saranno i protagonisti e soprattutto – elemento di estrema importanza – quale sarà l’epilogo, il finale tanto atteso che lascia tutti col fiato sospeso.

Nel momento in cui ha finito con i protagonisti, the show must go on, avanti i prossimi.

La sala si svuota, le luci si spengono, i dibattiti si esauriscono, la programmazione va avanti, cambia, perché è così che funziona anche con la vita.

Cala il sipario.

Jessica

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Il non detto

Nei giorni di quarantena sono partite un sacco di maratone tv, per tenerci un po’ tutti in compagnia. L’unica che per me ha avuto ragion d’essere è stata quella di Harry Potter, anche se sono abbastanza stufa della pubblicità e dei film che ormai iniziano alle 22.00. Ultimamente preferisco di gran lunga i servizi streaming. Con l’intervento divino di una mia amica ho attivato il servizio di Disney+, grazie al quale ho potuto trascorrere le serate dettate dalla leggerezza che tutti abbiamo provato a ricercare in questo periodo. Oltre ai grandi classici, ne ho approfittato per dedicarmi alla maratona dei supereroi Marvel, dove, se tutto va bene, un film dura almeno due ore e mezza.

L’anno scorso sono andata al cinema con mio fratello per guardare Avengers Endgame, che mi è piaciuto un sacco, ma già allora ho constatato alcune lacune che avevo in merito a determinati personaggi.

E così, quando ho seguito il filo logico delle avventure dei supereroi, sono arrivata ai ‘Guardiani della Galassia vol.2‘, il secondo insomma, che ho trovato più appassionante del primo. Ma questa è solo la mia opinione. Come tutti i supereroi che si rispettino, il protagonista, Peter, ha una cotta per una ragazza, Gamora, che per la maggior parte del film non se lo fila nemmeno di striscio. Insomma, solite dinamiche. Nonostante questo, però, entrambi i film accompagnano lo spettatore all’inevitabile scena finale in cui i due non si dichiarano, né tantomeno si dimenano in discorsi dove si giurano amore eterno. Anzi, direi quasi il contrario. Peter e Gamora parlano di tutto il ‘non detto‘ che c’è tra loro, tutte quelle piccole attenzioni, quei piccoli gesti, che li portano ad avvicinarsi sempre più l’uno all’altra.

Questo è sicuramente un esempio positivo del non detto, del fatto che due persone, nonostante non abbiano mai espresso i loro sentimenti a voce, quanto piuttosto con piccolissimi gesti, perseguono il loro lieto fine. Ma la realtà è di gran lunga diversa dai film, e il non detto che resta tra noi comuni mortali subisce delle modifiche sostanziali. Mentre leggete questo brevissimo riassunto dove voglio condurvi alla mia considerazione, sono sicura che ognuno di voi stia pensando nel proprio piccolo a quella persona, anche incontrata di sfuggita per strada, che vi è rimasta in mente e che vi ha fatto pensare seppur per un solo istante, cosa sarebbe successo se…?

Proprio per questa domanda che vi è frullata almeno una volta nella testa, conservate un bel ricordo di quella persona, perché non avete avuto né modo né tempo di conoscerla, oppure di scoprirne le dinamiche in due, ma tutto si conserva nella vostra immaginazione, chiedendovi se quelle stesse emozioni siano state percepite anche dall’altra parte, se anche l’altra persona abbia pensato, per un solo istante, a voi.

Il non detto è un’arma a doppio taglio, può alimentare scenari presenti solo nel nostro cervello, e ci induce a crogiolarci in voli pindarici che appartengono solo alla nostra testa. Il non detto ti resta sullo stomaco. I tempi sono sbagliati, le parole vengono fraintese, le scelte di pancia vengono sostituite da mille ragionamenti che logorano il cervello, corrugano la fronte e rimpiccioliscono gli occhi, come a voler mettere a fuoco qualcosa che non si riesce a percepire sulla superficie. Il non detto si conserva in gesti piccoli, piccolissimi, che hanno tutti lo stesso significato: “questa cosa mi ha fatto pensare a te“, il che è già un risultato da non sottovalutare, considerato che non ci si aspetta niente, proprio perché niente è stato detto prima di allora.

Credo che in questi casi non ci sia una risposta univoca quando ci chiediamo se agire o meno, se fare un minimo passo in avanti oppure lasciare tutto così com’è, nella Svizzera del non detto, dove tutto è ciò che è, non è, e potrebbe essere. Forse dipende sempre dalla nostra predisposizione, dal nostro carattere, se le scelte dettate dall’istinto siano le prime che seguiamo oppure le lasciamo nel dimenticatoio e stiliamo invece lunghe liste di pro e contro.

Il vero problema è che, nel momento in cui noi ci perdiamo in questi pensieri, scopriamo che avremmo dovuto pensare un po’ meno, agire un po’ in più. E nel frattempo lo sconosciuto ha già attraversato la strada, è altrove. E tu rimani con tutto il non detto che avresti voluto raccontargli. E’ tardi.

Eppure, alla fine di Avengers Endgame, Peter e Gamora si incontrano di nuovo, sebbene in circostanze particolari (qui non si fanno spoiler!). Questo per dire che forse, ma solo forse, Baricco ha ragione quando dice che non si è mai lontani abbastanza per trovarsimai. Chi doveva essere solo di passaggio ha semplicemente transitato lungo il nostro cammino, alterandolo, arricchendolo, abbruttendolo. E poi ci sono i Peter e le Gamora, che si riconoscono in qualsiasi posto.

Jessica

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Quarantena

Nei giorni in cui mi chiedo da quando e per quale motivo Codogno sia diventato il centro del mondo, tutta l’Italia ne subisce le conseguenze. Anche Milano. E di riflesso, anche io.

Dopo una prima fase in cui ho seguito costantemente gli aggiornamenti attraverso notiziari e testate giornalistiche, mi sono resa conto che più che riportare fatti di cronaca, si continuava ad assistere ad un vera e propria campagna di terrorismo psicologico. A quanto pare, la suddetta campagna ha sortito gli effetti auspicati, poiché mai avrei pensato di vivere un momento storico del genere. Ricordo nelle ultime settimane quando parlavo con i miei amici e, tra il serio e il faceto, facevamo l’elenco di tutti i disastri che si sono susseguiti dal 1 gennaio… eppure mi piacciono gli anni pari, ma non fanno altro che ripetere ‘anno bisesto, anno funesto’.

Quello che i giornali dicono è che le borse cercano di reagire come meglio possono, ma che tuttavia ciò si ripercuoterà nell’economia a lungo termine, almeno per i prossimi mesi. I giornali spiegano come lavare le mani, come starnutire e tossire, perché a quanto pare questo non era chiaro a tutti già dall’alba dei tempi, e ne sono stata molto spesso testimone inconsapevole, specie sui mezzi pubblici. I giornali dicono che i supermercati vengono svuotati in maniera convulsa, che non si trovano più in giro mascherine né gel disinfettanti. I giornali ti spiattellano in faccia quanto sia cattivo l’uomo, che crede di potersi sentire legittimato a perpetrare atti di razzismo e di egoismo davanti a chiunque incroci il proprio cammino. I giornali raccomandano di evitare luoghi affollati, che le palestre, i cinema e altri luoghi di aggregazione sono chiusi a scopo precauzionale. I giornali dicono che, a discapito di quanto si credesse, a Milano si riesce a lavorare anche da casa, che lo smart working funziona, e pure bene.

Quello che i giornali non dicono, però, è che lo smart working, quando non sei tu a sceglierlo, può risultare pesante. Esattamente da un mese, anche i nostri capi ci hanno concesso di lavorare da casa, prevedendo turni razionali, da usare con parsimonia e responsabilità. E funzionava, funzionava davvero bene. Vuoi mettere che la mattina posticipi la sveglia di un’ora, volendo potresti anche lavorare in pigiama, a letto, con la tv accesa o la tua musica preferita in sottofondo, senza che qualcuno ti dia fastidio o ti faccia perdere la concentrazione? “Figata!”. Un conto, però, è poter scegliere ciò che vuoi fare. Altra cosa è quando si è obbligati e ci viene imposto dall’esterno, senza poter porre obiezione alcuna. In momenti del genere, mi rendo conto che siamo costretti a fare i conti con la nostra arcinemica: la solitudine.

Per quanto Milano possa essere una città poliedrica, piena di eventi, piena di persone, che fanno business, che fanno sistema, credo che sia una delle città dove la solitudine può uccidere peggio di un virus. Milano è uno dei comuni più densamente popolati, sogno di tantissimi giovani che non vedono l’ora di fuggire dal paesello e crearsi un nome, una posizione, dar voce al proprio modo di essere senza accusare l’ombra del giudizio. E’ vero, a Milano puoi andare in giro vestito come ti pare, puoi anche urlare all’improvviso per strada senza che nessuno ci dia troppo peso, perché scene del genere possono essere all’ordine del giorno se la città metropolitana ti inghiotte. Puoi scoppiare in lacrime in metro, senza che nessuno si avvicini per un po’ di conforto, o semplicemente per discrezione. Insomma, ci sono mille motivi per amare Milano, altrettanti per odiarla quando accanto a te si siede la tua nemesi. La solitudine è una componente della mia vita che ultimamente ho richiesto spesso, per staccarmi dalle troppe persone, dai loro caratteri che sono troppo, e avevo bisogno di lei a fine giornata per ricercare quel rifugio personale, solo mio.

In qualche post fa avevo scritto che ho imparato la differenza tra lo stare soli e il saperci stare, e continuo ad esserne convinta. Anzi, aggiungo anche che il saper stare da soli non comporta necessariamente il VOLER stare sempre da soli. Bisogna imparare a stare prima con noi stessi, capire le nostre necessità, le nostre esigenze, per sapere poi cosa chiedere alle altre persone, nelle giuste dosi. Mi rendo conto che non tutti sono in grado di porsi in questo tipo di analisi, altrimenti non si spiegherebbero tutte le persone che conosco che, pur di non restare con sé stessi, si rifugiano in continuazione tra le braccia di volti passeggeri e futili, che il giorno dopo vorrebbero solo fuori dal letto.

Torniamo sempre al discorso delle giuste quantità: il troppo stroppia e troppa solitudine, o troppa poca, comporta sempre il non saperci gestire, mettendo in costante discussione noi stessi. Ci chiediamo se siamo felici, cosa possiamo fare per migliorare il tiro, perché le congiunzioni astrali non sono dalla nostra parte e perché cazzo proprio in questa settimana di reclusione scegliamo di metterci a dieta, predisponendo la dispensa di sole cose salutari.

Non avrei mai creduto di dirlo, ma la Milano frenetica, un po’ mi manca. Scene del genere sono abituata a vederle solo ad agosto, ma allora è un’altra storia. Di solito sono anche io in procinto di partire per le mie vacanze, e mi godo gli ultimi giorni di una città deserta. Oggi, a fine febbraio, la situazione è troppo strana. In casa e in strada, il silenzio fa rumore, più di quando tutti si attaccano al clacson appena scatta il verde. E questo fa male. Fa male a Milano, ma soprattutto a chi ci abita e ha imparato a stare da solo. Lasciateci decidere quando restare da soli e in quali modalità. Lasciate che torniamo tutti alla normalità, con le dovute precauzioni. Lasciateci programmare viaggi, non guardateci male se torniamo giù e siamo sani come un pesce, ché già da soli ci poniamo un sacco di problemi – certo, salvo quegli irresponsabili che sono scappati dalle zone di quarantena -.

Perché è vero, questo virus si diffonde con molta facilità, ma una delle malattie più diffuse al mondo, oltre all’ignoranza, è la solitudine.

PS: quando un giorno tutta questa psicosi e il virus saranno solo un ricordo, vado a farmi un giro a Codogno, sembra che ci sia una movida esagerata!

Jessica