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Sipario

Si parla tanto della riapertura di cinema, teatri, insomma di tutti quei luoghi in cui immergersi in realtà parallele dove si può fantasticare in qualche modo di quel mondo, di quel carattere che tanto bene potrebbe starci addosso o che tanto sogniamo di incontrare.

Quello di cui non ci siamo ancora accorti è che la teatralità, i colpi di scena, o i colpi e basta, li viviamo tutti i giorni, nel nostro quotidiano, e spesso vediamo scorrerci sotto gli occhi copioni triti e ritriti di cui si conoscono a memoria le battute.

Quante volte con un catalogo infinito di film abbiamo selezionato sempre lo stesso, conosciamo i personaggi a memoria e quello che stanno per dire? Quante volte ci abbandoniamo al nostro ‘comfort film’ per staccare dalla pesantezza della giornata, per dimenticare quel cliente rompiscatole o l’amico stronzo? Probabilmente più di quanto non vorremmo ricordare.

Eppure, accanto ai film familiari nei quali troviamo rifugio, ci sono anche gli incubi, che per la legge di Murphy hanno sicuramente un’alta percentuale di probabilità che si manifestino anche nel nostro quotidiano. Certo, mica potete mai pensare che ci sia Jhonny a farvi librare in aria sulle note di ‘The time of my life’?

La vita è così, ti lascia spettatore più di tragedie che di commedie. A volte il protagonista sei tu, altre ti siedi, aspetti mentre ascolti il vociare sommesso e poi parte da dietro le quinte il ‘chi è di scena!’

Quando diventi spettatore di una storia che già conosci, in cui i protagonisti sono altri, ti vengono alla mente tutte le battute del copione, un po’ come un’epifania; man mano riaffiorano gli atti, le scene, le pause. E questo non per un dolore assopito, ma semplicemente ti rendi conto che le storie si ripetono, evolvono, i soggetti delle sceneggiature cambiano, ma la trama resta sempre uguale a sé stessa.

La vita trova il suo modo di essere teatrale, ed è sempre lei che decide a chi affidare i ruoli, chi saranno i protagonisti e soprattutto – elemento di estrema importanza – quale sarà l’epilogo, il finale tanto atteso che lascia tutti col fiato sospeso.

Nel momento in cui ha finito con i protagonisti, the show must go on, avanti i prossimi.

La sala si svuota, le luci si spengono, i dibattiti si esauriscono, la programmazione va avanti, cambia, perché è così che funziona anche con la vita.

Cala il sipario.

Jessica

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Un anno fa

Oggi è un anno, un anno esatto, da quando in Italia si è scatenato un panico generale verso questa microscopica minaccia il cui solo nome faceva vibrare ogni centimetro delle nostre budella. È passato un anno da quando ‘positivo’ ha acquistato un’accezione negativa, e ‘negativo’ una positiva. Insomma, il mondo alla rovescia, dove quando conosci una persona passano sempre quei cinque secondi di imbarazzo per capire come ci si saluta – sporgo il gomito? Faccio un inchino come i lottatori di sumo prima di un incontro? Mostro il pugnetto al dirigente di ‘sto cazzo come fossimo due del bronx? –

Un anno intero, un giro completo intorno al sole, per ritrovarci quasi nuovamente nella stessa situazione, con maggiori insicurezze e, se possibile, con maggiori paure. I legami sociali si sono ridotti all’osso se non addirittura inesistenti ormai. Facciamo fatica ad incontrare i nostri più cari amici, figuriamoci sorridere a qualcuno. Ma poi, sorridere come? E dove soprattutto? Sono tante le cose di cui sento la mancanza.

Mi manca quell’aroma diffuso di distillati nei bar, quello scambio di sguardi languidi misti a timidezza da primo appuntamento, quando guardandoti intorno inizi a spiare i vicini di tavolo e ad immaginare scenari verosimili sulle loro avventure.

Mi manca il ‘a che ora stacchi? Andiamo a fare aperitivo? Ti devo raccontare della stronza della mia collega.’

Mi manca la stanchezza che precede l’ingresso in palestra, per poi sentirmi meglio una volta uscita da lì.

Mi manca organizzare le cene a casa che finivano con i giochi da tavola oppure a ridere come dei cretini per i motivi più disparati.

Mi manca non avere la libertà di prendere un treno per scappare dalla città anche solo per un weekend.

Mi è mancato non poter festeggiare il mio compleanno con tutti i miei amici.

Mi mancano i miei nipotini, che vedo crescere dallo schermo di un telefono, mentre il più piccolo ha spento una candelina e io non c’ero.

Sono tante, tantissime le cose che mi mancano, per non parlare delle persone. Ma questo non vuol dire che mi debba sentire in dovere di trasgredire le regole, di non guardare chi è messo peggio di me (fidatevi, le storie sono talmente tante, complesse e articolate che finireste col reputarvi addirittura fortunati).

Eppure c’è chi (guarda un po’) è stanco di vivere tutto questo, chi si sente privato della propria libertà, che si sta perdendo gli anni migliori… beh, non li stiamo perdendo forse tutti? Non siamo tutti stufi, stanchi, demotivati, spenti? Sì, lo siamo proprio tutti senza esclusione di colpi. Ma non tutti decidono di comportarsi come coglioni solo perché sentono delle mancanze. Le abbiamo tutti.

È da un anno che abbiamo bisogno di terapia, di abbracci, di non diffidenza verso il prossimo se solo questi si avvicina un po’ troppo.

Oggi si commemora la lotta per l’indipendenza femminile, meglio conosciuta come festa della donna. Ma in Italia oggi si commemora anche un anno dall’inizio di questo limbo che vede sempre alti e bassi, più bassi che alti. Mi ricordo benissimo dove mi trovavo un anno fa, la paura di quando per la prima volta si parlava di ‘chiudere’ la Lombardia, di ospedali al collasso e di smartworking forzato. Mentre tutti offrivano le proprie demagogie sui social. Mentre tutti scappavano dal nord verso il sud, ignari (in parte) del potenziale pericolo che si portavano dietro.

Era la festa della donna, era un anno fa. Oggi, a distanza di 365 giorni, non è cambiato un cazzo. E la responsabilità è un po’ di tutti, un po’ di nessuno. Mi ricordo ancora quell’arcobaleno con scritto ‘andrà tutto bene’, converrete con me che alla fine è andato tutto a puttane e che ci odiamo tutti un po’ in più.

Jessica

Pubblicato in: èsololavita

Forward

C’era una volta…

No, in realtà in questa storia non c’è nessuna principessa, nessun vincitorevinto. C’è la storia di un trasloco, e di una ragazza che, per quanto possa innalzare muri altissimi, si affeziona anche ad oggetti non animati, come una casa appunto.

Questa è la storia di una ventiseienne, che firma un contratto di locazione piena di entusiasmo per un posto relativamente grande per gli standard di Milano per poterci riporre tutti i sogni e le proiezioni che il futuro possa regalarle. Questa è la storia di una ventisettenne, che inizia a crescere sul posto di lavoro e inizia a viaggiare un bel po’ tra un weekend lungo e giorni di ferie, consapevole di voler tornare, alla fine, sempre a casa, per rilassarsi sul divano, guardare un bel film e poi abbandonarsi tra le dolci braccia di Morfeo in quel letto così comodo. La ventottenne, invece, ha passato un brutto quarto d’ora, mettendo in discussione proprio tutto, ma veramente tutto, perfino la casa che la accoglieva ogni sera e ogni weekend. Forse, ciò che era in discussione era la casa stessa.

E poi è arrivata la ventinovenne, che ha passato gran parte del tempo in quella casa, perché costretta, perché fuori nel mondo si consumava una pandemia mondiale mischiata al terrore delle incertezze più buie. Soltanto in questa occasione è stato possibile per lei vedere l’albero di fronte casa riempirsi di foglie rigogliose verde smeraldo, per poi imbrunirsi e ricadere nell’autunno che ha fatto seguito. Balli, canti, urla disperate, allenamenti, risate, pianti e profumi culinari sono rimasti impregnati nelle mura della casa, assorbiti in un certo senso, rappresentando il caleidoscopio di sentimenti che ha caratterizzato il 2020 della ventinovenne che, ahimè, non è stato affatto facile.

‘Virginia Woolf’ ha iniziato a chiamarla il suo amico, poiché la ragazza aveva preso l’abitudine di affacciarsi alla finestra cercando di rubare quei piccoli stralci di vita che passavano lungo la sua via, descrivendoglieli in lunghe note audio, perché a quei tempi la vita, la sua, era immobile, silenziosa, scandita dai canti corali dal balcone alle 18 e dalla campana, che in molti sabato mattina è stata oggetto di maledizioni per quei sonni interrotti. La casa ha accolto anche regali portati da corrieri, fatti da amici lontani che sapevano esattamente quando fare breccia nel mio cuore, e quando avevo realmente bisogno di loro anche senza farglielo sapere.

Poi, in un giorno di autunno, la ventinovenne ha preso una decisione che, a detta di moltissime conoscenze, avrebbe dovuto concretizzare almeno l’anno precedente: lasciare casa. Proprio quella che l’aveva accolta e sostenuta, proprio quella che per un periodo era stata oggetto di odio e repulsione, per poi fare pace e conviverci insieme. Sebbene non ne fosse del tutto consapevole, la metamorfosi della ventinovenne era già incominciata qualche anno prima, arrivando alla consapevolezza di doversi scrollare di dosso tutto, ma proprio tutto per poter ripartire da zero, per poter resettare tutto ciò che credeva fosse la base solida di un futuro già scritto. Questa è stata una grande lezione per l’ormai trentenne, che ai tempi pensava di dover raggiungere chissà quale obiettivo di vita, senza aver capito che di imparare, di crescere ed evolversi, non c’è mai fine e soprattutto età.

Chi ha varcato la soglia di questa porta blindata color legno scuro era una ragazzina che non aveva ancora dovuto affrontare la vita a muso duro. Poi sono arrivati i calci, i pugni, valanghe di sconforto e l’eco della propria voce che rimbombava nella solitudine delle mura domestiche. Chi lascia questo luogo è ormai una donna, che ha fatto propri tutti gli insegnamenti, ben consapevole che la strada da percorrere è ancora lunga, con l’umiltà di realizzare che di imparare non si finisce mai.

Si dice che occorra fare qualche passo indietro per poter essere proiettati in avanti, come un arco teso prima di poter scoccare la freccia. La trentenne non vede l’ora di scoprirlo. Questa storia è ancora da scrivere.

Jessica

Pubblicato in: gratitudine, Wanderlust

Dovevo solo svoltare a destra

Ricordo quando, pressappoco un anno fa, ho scritto il post “Ciuffo“, sottolineando come, a volte, cambiare strada per poter esplorare nuovi territori non sia sempre così nocivo come si pensa. Spesso si tende a fare affidamento alla conoscenza popolare, rifugiandoci in quelle parole rassicuranti di una saggezza che, di tanto in tanto, non ci appartiene più, oppure non si sposa bene con la vorticosa velocità di questi costanti cambiamenti.

Ebbene, a distanza di quasi un anno, mi è capitata un’esperienza simile al ciuffo. Lombardia, zona rossa, lockdown soft, come piace chiamarlo ai più. Il soft consiste nel fatto che è consentito fare jogging o passeggiate nei pressi della propria abitazione. Questo mi ha rincuorata seppur in minima parte, poiché una delle piccole abitudini che ho preso per curarmi è proprio quella di fare jogging. Il mio parco del cuore da quando mi sono trasferita a Milano dista circa un chilometro da casa mia, quindi ho pensato subito che non sarebbe stato il caso allontanarsi troppo (per dovere di cronaca, credo di essere una delle pochissime persone che si crea problemi simili… o dovrei dire che rispetta le disposizioni del governo?), quindi ho cercato di fare mente locale sulle zone nei paraggi. C’è un’ala, per così dire, che non ho mai preso in considerazione sebbene la conosca da un po’ ormai… il Naviglio! Abito letteralmente a cinque minuti dal Naviglio piccolo e non mi è mai passato per la mente di recarmici per fare una passeggiata, o appunto jogging.

Quindi ci provo, vedo come butta la situazione lì e, mal che vada, aspetto nuove disposizioni ovvero DPCM per poter tornare a correre; insomma, rispetto a tante cose che si sentono in giro non è la fine del mondo. Mi armo di cuffie, playlist e scarpette comode per avventurarmi in questa bella passeggiata. Sinceramente? Speravo solo di non imbattermi in qualche bestia volante (sono insetti, tutto nella norma) non meglio identificata, ma almeno a questo giro mi va bene. Un volta giunta a destinazione, non so cosa mi spinge ad attraversare il ponticello per ritrovarmi dall’altra parte… sulla rive gauche se vogliamo chiamarla così…

Insomma, mi si apre davanti un paesaggio che non avevo mai messo a fuoco per davvero: un parco enorme, frequentato per lo più dai residenti della zona, pieno di alberi e di sfumature autunnali che tanto mi piacciono: verde, giallo ocra, marrone, rosso scuro. Mi è sembrata una meraviglia che si spianava lì, dritto davanti ai miei occhi! E per tutto il tempo che ho esplorato il territorio, un solo pensiero mi rimbombava in testa: dovevo solo svoltare a destra!

Tre anni e mezzo, tre anni e mezzo dove i miei piedi hanno sempre battuto la solita strada, svoltando sempre a sinistra alla fine del mio vicoletto, ritrovando le solite strade e a volte addirittura qualche solito volto che avevo imparato a riconoscere nel mio vicinato. E tuttavia, non avevo mai e poi mai pensato di prendere l’unica strada che mi avrebbe consentito di stare lontana dal solito, dall’ordinario. Anche quest’anno, a novembre, in un anno non pervenuto, ho avuto modo di sperimentare che a volte, cambiare la strada vecchia per la nuova, non è affatto male!

Jessica

Pubblicato in: èsololavita

As time goes by…

(Ari)eccoci qui, nella versione 2.0 di un lockdown che non vuole lasciarci in pace. Probabilmente è il giusto epilogo di un anno andato completamente a puttane. Badate bene, quando faccio riferimento al lockdown posso parlare per me, e per tutti coloro che si trovano nella cosiddetta zona rossa decretata proprio qualche giorno fa, quando l’Italia si è ritrovata suddivisa secondo tre colori, comportandone, inevitabilmente, conseguenze più o meno gravi.

Per la legge di Murphy, io mi sono ribeccata la zona rossa, un richiamo tremendamente pesante al primo lockdown, con la differenza di essere abbastanza consapevoli circa le sue implicazioni. A marzo nessuno sapeva che pesci prendere… beh non lo sa nessuno nemmeno adesso… tuttavia ognuno sa benissimo cosa ha avuto modo di provare sulla propria pelle nei giorni di clausura, e tutto ci si sarebbe augurati piuttosto che questa ulteriore forzatura. Ad oggi sono incazzata per molteplici motivi, sarebbero davvero troppi da poter elencare, ma molti si possono ricondurre facilmente nei singoli individui e nell’atteggiamento che odio ma sembra appartenere all’italiano medio: se non ci scappa il morto, non facciamo nulla. Insomma, a nessuno piace prevenire, soprattutto se ciò comporta la privazione della propria quotidianità, delle piccole libertà di cui ci si circonda di tanto in tanto. Ma se questo avesse potuto prevenire una ricaduta, se per un’estate avessimo trascorso le vacanze in Italia piuttosto che portare a casa il virus come souvenir del 2020, avrebbe davvero inficiato così profondamente la vostra esistenza?

Ovviamente quello della vacanza è soltanto uno dei tantissimi esempi che si possono annoverare (discoteche, feste ammucchiate, cerimonie), la verità è che l’individuo, in quanto singola entità, non pensa di poter essere determinante all’interno di un disegno di più grande, collettivo. Eppure vi ricordate quella metafora che parla del battito d’ali della farfalla? Beh, dall’altra parte del mondo si forma un uragano, quindi non sottovalutate mai le vostre scelte, soprattutto se queste ultime possono contenere in minima parte una catastrofe che viviamo ogni singolo maledetto giorno. Se non vi va di pensare alla collettività, potreste semplicemente fermarvi entro le mura di casa vostra. Non avete paura di trasmettere il virus ai vostri cari, di essere voi la causa del loro malessere? A quanto pare no, anzi, alcuni credono addirittura che si tratti di una messinscena perché ‘loro non conoscono nessuno che abbia contratto il virus…

Mi dispiace contraddirvi, io ne ho conosciuti eccome, potrei farvi parlare con la ragazza che ha perso il padre e non ha avuto occasione di salutarlo, probabilmente avrà realizzato che il suo papà non c’era più solo quando ha avuto modo di andare a trovare sua madre e vedere la casa vuota a metà… Sono quasi invidiosa di coloro che si fanno chiamare orgogliosamente ‘negazionisti‘, perché probabilmente la loro vita non è cambiata per nulla, altrimenti non si spiega. Chi più chi meno, qui abbiamo tutti perso qualcosa, se non addirittura qualcuno, eppure ciò non ha impedito di coltivare sempre più rabbia e rancore verso il prossimo, per non parlare del prevalere della legge ‘mors tua vita mea’…

Vi ricordate quando a marzo si facevano gli applausi dai balconi, si cantavano le canzoni, andrà tutto bene, ne usciremo migliori, torneremo ad apprezzare le piccole cose? Ci siete riusciti, lo avete fatto per davvero? Di sicuro non ne siamo usciti migliorati, anzi, sono sempre più spaventata dalle persone e da questa costante smania di fottere il prossimo, di pensare di essere sempre più furbi. A volte mi fate sentire una stupida, perché sono ancora qui, a casa, da sola, in quarantena, spaventata all’idea di uscire, sebbene sarebbe consentito fare jogging nei pressi di casa… Le implicazioni psicologiche le porteremo tatuate addosso ancora per un po’, con quella paura di incontrare i nostri amici, i nostri genitori, di salire sul tram senza provare un brivido lungo la schiena se si sente qualcuno tossire.

Quando ho iniziato a digitare i caratteri per questo post, volevo impostare un tono del tutto diverso. ‘Perché non scrivi più?’ mi ha rimproverato una mia amica di recente, ‘perché non ho niente di carino da dire…’ le ho risposto. Ed è vero. Nell’istante in cui ho iniziato a dar forma al primo paragrafo, mi sono accorta di tutto quello che mi porto ancora addosso, che non è niente di carino. Sono sicura che, come succede in tutti i momenti difficili, avremo modo di renderci conto di quanto siamo cambiati, e spero in meglio per la crescita personale di ognuno. Ma questo genere di somme si possono valutare solo sul lungo periodo, e davanti a noi abbiamo ancora molta strada da percorrere.

Probabilmente ciò che possiamo fare è difenderci quanto più possibile, e passare del tempo (virtualmente) con le persone che ci amano, e che noi amiamo.

Voglio lasciarvi con questa immagine che non riesco a togliermi dalla testa da ieri: giovedì 5 novembre, alla vigilia del secondo lockdown della Lombardia, mi sono vista con mia madre prima che andasse a lavoro, a scuola. Abbiamo fatto una lunga passeggiata, mi ha fatto vedere il suo viale alberato preferito e si è stupita quando ha scoperto che l’autunno non è solo la sua stagione preferita, ma anche la mia. Si è illuminata, ricercando in questa figlia che la contraddice sempre almeno un punto in comune. Alla fine l’ho accompagnata davanti all’ingresso di scuola, non ci siamo abbracciate, non lo facciamo da un po’ ormai per evitare i contatti. Ogni volta che mi giravo per vedere se fosse entrata, lei era lì, a guardarmi, fino a quando non sono sparita dalla sua visuale. Pensavo di essere stata io l’ultima a vedere la sua schiena allontanarsi lungo il vialone, invece più tardi mi ha confessato che si era girata di nuovo e mi aveva guardata fino alla fine. Ed è ciò che fanno i nostri genitori, ci guardano le spalle, sempre. Forse questi piccoli sacrifici dovremmo farli proprio per loro, che non si curano di sé stessi per occuparsi della felicità dei figli. Lo dobbiamo a loro, ad un certo punto dobbiamo essere noi a proteggerli, e mai come adesso il nostro compito è essenziale. L’immagine di mamma che si allontana nella direzione opposta alla mia credo mi accompagnerà per tutta questa seconda ondata, nell’attesa di poterla rivedere, di rivederli, e poterli anche abbracciare come non facciamo da un po’.

Jessica

Pubblicato in: èsololavita

Settembre

Settembre è un mese di merda per ricominciare” cantano i Gazzelle. Eppure non sono mai stata d’accordo con tutti coloro i quali hanno sempre provato astio nei confronti di questo mese, odiato quasi quanto gennaio. Perché? Beh, la risposta è abbastanza ovvia: sono entrambi mesi nei quali ci ripromettiamo una marea di buoni propositi che andranno puntualmente a farsi benedire nel giro di poco tempo. La palestra, la dieta, vedere più mostre, uscire più spesso, essere più presenti. Alla fine, ci ritroviamo in men che non si dica di nuovo all’estate successiva, per poter constatare che no, nemmeno quest’anno siamo stati in grado di essere abbastanza ligi al dovere.

Io però ho sempre amato settembre. Ho sempre amato l’aria frizzante del mattino, la ricerca della coperta durante la notte, quell’incertezza di fronte all’armadio quando non sai cosa cazzo mettere, perché la mattina ci sono 10 gradi e durante la giornata ci si ritrova con uno sbalzo termico che deserto del Sahara, scansate proprio! Ma la cosa che ho sempre e profondamente aspettato di settembre è stato il ritrovarsi. Ricordo l’attesa intrepida di una Pupetta in età scolare, che non vedeva l’ora di tornare a scuola, di imbrattare il diario miracolato con tutte le esperienze di un anno, di compiti, di dediche o semplicemente piccole note che ora siamo soliti depositare nella memoria del cellulare. E, non vogliatemene, ma io amavo fare i compiti! Non vedevo l’ora di tornare a casa ed immergermi negli esercizi in lingua straniera… forse un po’ meno nella matematica, e certe cose davvero non cambiano mai! Che bello quando davanti all’androne della scuola ci ritrovavamo tutti, volti noti e abbronzati ancora, sorridenti e carichi di ansia ed eccitazione, a raccontarsi dell’estate appena trascorsa, degli amori transitori che solo i 35 gradi all’ombra sanno regalare: forti, che odi, ma che lasciano il segno.

Con il tempo sono cambiate le modalità, ma ho rivisto un po’ di quella gioia anche quando si rientrava in ufficio, aggiornandoci su quella ormai breve parentesi, nulla a confronto della pausa estiva propria delle scuole, eppure riusciamo ad infilarci tutto lì dentro, fosse anche una sola settimana, quella di ferragosto, dove al mare non trovi un posto nemmeno pagando fior fior di quattrini. E tu, tra un cliente già esaurito e l’altro, sei lì a ascoltare, a raccontarti e a sognare quello che verrà. Ho sempre amato settembre.

Quest’anno però, eh… quest’anno… eccome se si percepisce la differenza! Le quotidianità sono state completamente stravolte; è così strano in questi giorni incontrare persone che non vedi da un po’ e apprendere quanto siano cambiate le loro vite nel frattempo. Non sono poche le realtà completamente stravolte, figlie di un lockdown che ha portato a chiederci inevitabilmente: è questa la mia vita? Mi piace cosa sono diventato? Mi piaccio?

C’è chi ha potuto rispondere affermativamente ad entrambe le domande. Altri invece non se la sono sentita e hanno cercato di sfruttare tutte le risorse possibili per poter modificare il loro status. Si parla tanto di south working, ovvero di persone che sono ‘tornate a casa‘, magari perché non riescono più a sostenere un affitto oppure perché hanno scoperto che, fermatosi il tran tran quotidiano, l’unica cosa tra le loro mani era la solitudine, e quindi vaffanculo i vestiti griffati e la mondanità, parto alla ricerca di qualcosa di autentico.

Tra queste persone, ma secondo motivazioni e modalità differenti, rientrano proprio i miei colleghi, o forse dovrei dire ex… o forse ancora dovrei dire che non sono mai stati effettivamente colleghi, perché l’intimità reciproca è tale che nessun edificio fisico ha mai impedito il raccontarsi, il sentirsi e il volersi vedere, il perdersi negli abbracci carnali che hanno sempre saputo parlare molto più di qualsiasi parola vana. Ciò che cambia però, sono le chiacchiere di primo mattino davanti ad un caffè, è il condividere la schiscetta della pausa pranzo e un giretto per i negozi prima di tornare a casa. E ancora è il supporto reciproco quando all’improvviso si viene a conoscenza di qualcosa di spiacevole, oppure di bello, bello assai.

A differenza dell’ingenuità adolescenziale, sappiamo benissimo che in età adulta i rapporti, se non si interrompono, mutano continuamente, perché non si smette mai di crescere e di evolversi (oppure involversi), di perdersi e poi ritrovarsi, o perdersi e basta. Le promesse sono tante, ‘mi raccomando non perdiamoci, questo è solo un arrivederci, quando ci rivediamo? io sono qui‘, e poi ci si mettono mille intoppi, mille imprevisti. Ci avete mai pensato a chi si trova dall’altra parte ad ascoltare? Di solito è qualcuno che ci crede davvero a quelle parole, che vede la gente andare via, spettatore ignaro della sua stessa vita che continua a mutare e a portarsi via le persone alle quali hai dato un pezzetto di te. E loro se lo tengono questo pezzo, mentre lo spettatore continua a perdere sempre un po’ e deve, ancora una volta, rimboccarsi le maniche e ricominciare tutto daccapo. Inizia una nuova sfida, ma è questo ciò che fa crescere, no?

Non è colpa di settembre: è colpa di quest’anno bisesto e funesto, e delle continue incertezze della vita. Magari questo è ancora agosto, quando saluti tutti prima di ripartire. Perché prima o poi si ripartirà, magari pure meglio, e allora tornerà anche settembre. Tanto sembra che in questo 2020 possa accadere veramente di tutto, no?

Jessica

Pubblicato in: èsololavita

Disillusioni

Ultimamente mi è capitato di parlare molto con le mie amiche che, con tanta pazienza, mi ascoltano sempre. Diciamo che mi fanno risparmiare un sacco di soldi di terapia, perché le amiche sono anche questo. In alcune occasioni, ci siamo ritrovate a guardare con nostalgia gli anni dell’adolescenza, dove tutto faceva parte del nostro mondo di sogni e possibilità infinite. E allora ho iniziato a pensare seriamente a quegli anni e a cosa abbia modellato il mio carattere e il mio modo di pensare, e sicuramente molta della mia formazione la devo agli ultimi anni trascorsi tra i banchi di scuola.

Al liceo avevo delle professoresse innamorate dell’amore e della loro professione. Ne ricordo due in particolare, quella di italiano e quella di inglese. Nonostante il loro velo di durezza e autorità che dovevano trasmettere alla classe, ogni volta che c’era di mezzo Dante, Shakespeare, Montale, Keats, si sedevano sulla cattedra durante le ore di letteratura, il libro aperto in mano, e iniziavano a leggere le poesie ad alta voce a tutta la classe. A volte non leggevano nemmeno, le recitavano a memoria, e devo dire che nonostante siano trascorsi moltissimi anni ormai, molti di quei versi li ricordo ancora.

Quando finivano la lettura, i loro occhi chiari erano sempre lucidi, come se quelle lettere d’amore fossero per loro o come se quel cuore spezzato coincidesse perfettamente con le crepe delle loro esperienze. Quelle letture non si sono mai fermate nel tempo in cui sono state scritte, poiché le prof. se ne sono sempre servite per collegarsi al nostro, di mondo. Ci hanno sempre insegnato a vivere, a vivere delle gioie e dei dolori che ne sarebbero poi derivati. Spesso interrompevano ore intere di lezioni solo per parlare con noi, per confrontarsi e per consentirci di sviluppare i nostri pensieri critici senza essere influenzati costantemente dal mondo esterno.

Ci dicevano che avremmo dovuto raggiungere gli obiettivi con tenacia perché la vita non regala nulla, al massimo è in debito con noi. Quella tenacia credo che non abbia mai abbandonato nessuna delle mie ex compagne – sì, eravamo tutte femmine – e credo che in qualche modo quegli insegnamenti ci abbiano segnate tutte. Ci siamo diplomate con il romanticismo negli occhi e la malinconia leopardiana.

Tutto quello che è venuto dopo è stato frutto di disillusioni continue, di musi duri e porte in faccia a cui non eravamo, o meglio, non ero preparata. Mi hanno sempre insegnato a vivere, ad amare. Ma qualcosa deve essere andato storto nel frattempo e tu non puoi far altro che chiederti cosa ci sia di sbagliato in te, quale sia il tuo problema. Perché ad un certo punto l’analisi introspettiva la facciamo tutti, e non piace a nessuno.

Al liceo ho appreso che avrei dovuto vivere, vivere sempre. Dopo, con il peso degli anni sulle spalle, ho iniziato a disilludermi sempre più, perché la vita è una questione di sopravvivenza piuttosto. Tu puoi avere tutti i sogni che vuoi, aprire il cassetto per far prendere loro aria, ma lei, la vita, ti rimette subito in riga.

Ti insegna che laurearti entro i tempi dettati, raggiungere il massimo dei voti e un po’ in più, nulla possono a confronto degli annunci di lavoro che ti ritrovi per le mani, dove uno stage che per definizione ti paga quattro soldi ti chiede almeno due anni di esperienza nel settore, un livello avanzato di determinate competenze che non si riassumono con aggiungere ‘problem solving‘ al curriculum. Anche se tu li conosci tutti, i problemi che hai risolto durante le esperienze lavorative e sei ben consapevole di essere altamente qualificato.

Siamo una generazione di disillusi, dovremmo essere la generazione che spacca i culi e questo dovrebbe essere il nostro momento per realizzarci. Abbiamo lasciato le nostre case, fatto sacrifici, abbiamo fatto di tutto per diventare indipendenti per poi ritrovarci in una realtà del genere. Siamo figli di una generazione incerta, perennemente insoddisfatti. Guardiamo sempre a chi sta messo meglio di noi, dimenticandoci alle spalle le migliaia e migliaia di persone che invece se la cavano peggio, e dovremmo invece ritenerci fortunati nel nostro piccolo. Dimenticandoci, inoltre, che chi ostenta il proprio benessere aggiunge mille filtri alla realtà, perché nessuno vuole vedere le proprie brutture specchiandosi.

Tutte queste considerazioni quanto più attuali hanno condotto me e le mie amiche a guardare con nostalgia gli anni di un’innocenza perduta, dove qualsiasi adulto sminuiva ogni nostro piccolo problema e, a ben guardare, oggi probabilmente lo farei pure io. Anche se non facciamo altro che guardarci indietro con perenne nostalgia, io non credo che in passato fossimo più felici: abbiamo fatto tesoro di tutti i fallimenti, di tutte le delusioni, ripromettendoci di non comportarci più in un determinato modo o di non permettere più a nessuno di farci così male. E questo è successo ogni volta che siamo andati avanti. Se abbiamo subìto lo stesso torto, ci è poi scivolato addosso. Il problema è che, una volta accantonati i primi ostacoli, ne arrivano sempre altri, diversi e difficili a cui solitamente non siamo preparati.

E’ per questo che pensiamo sempre di aver vissuto gli anni migliori durante l’adolescenza: eravamo ancora spugna, che di volta in volta ha iniziato ad assorbire delusioni, fallimenti, storie d’amore andate a male, quando tutto ci sembrava ancora possibile, quando il mondo era tutto possibilità da esplorare. E’ allora che abbiamo iniziato a perdere un po’, a disilluderci sempre più. E con l’avanzare dell’età avanza anche il peso delle esperienze in maniera esponenziale, è inevitabile.

Eppure le poesie che mi leggevano me le ricordo ancora. Ricordo anche quelle professoresse che ci hanno insegnato molto più di una semplice analisi grammaticale. Forse una parte di noi vuole sempre aggrapparsi ai sogni, alle speranze, non riesce a lasciar andare del tutto quella spensieratezza che ci contraddistingueva, perché in fondo, seppur a piccole dosi, ne abbiamo ancora bisogno. Abbiamo bisogno di ricordarci, di tanto in tanto, di staccare la spina, il cervello proprio, e vivere quella leggerezza che ricordiamo, anche se tanto leggera non lo è stata mai.

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Il non detto

Nei giorni di quarantena sono partite un sacco di maratone tv, per tenerci un po’ tutti in compagnia. L’unica che per me ha avuto ragion d’essere è stata quella di Harry Potter, anche se sono abbastanza stufa della pubblicità e dei film che ormai iniziano alle 22.00. Ultimamente preferisco di gran lunga i servizi streaming. Con l’intervento divino di una mia amica ho attivato il servizio di Disney+, grazie al quale ho potuto trascorrere le serate dettate dalla leggerezza che tutti abbiamo provato a ricercare in questo periodo. Oltre ai grandi classici, ne ho approfittato per dedicarmi alla maratona dei supereroi Marvel, dove, se tutto va bene, un film dura almeno due ore e mezza.

L’anno scorso sono andata al cinema con mio fratello per guardare Avengers Endgame, che mi è piaciuto un sacco, ma già allora ho constatato alcune lacune che avevo in merito a determinati personaggi.

E così, quando ho seguito il filo logico delle avventure dei supereroi, sono arrivata ai ‘Guardiani della Galassia vol.2‘, il secondo insomma, che ho trovato più appassionante del primo. Ma questa è solo la mia opinione. Come tutti i supereroi che si rispettino, il protagonista, Peter, ha una cotta per una ragazza, Gamora, che per la maggior parte del film non se lo fila nemmeno di striscio. Insomma, solite dinamiche. Nonostante questo, però, entrambi i film accompagnano lo spettatore all’inevitabile scena finale in cui i due non si dichiarano, né tantomeno si dimenano in discorsi dove si giurano amore eterno. Anzi, direi quasi il contrario. Peter e Gamora parlano di tutto il ‘non detto‘ che c’è tra loro, tutte quelle piccole attenzioni, quei piccoli gesti, che li portano ad avvicinarsi sempre più l’uno all’altra.

Questo è sicuramente un esempio positivo del non detto, del fatto che due persone, nonostante non abbiano mai espresso i loro sentimenti a voce, quanto piuttosto con piccolissimi gesti, perseguono il loro lieto fine. Ma la realtà è di gran lunga diversa dai film, e il non detto che resta tra noi comuni mortali subisce delle modifiche sostanziali. Mentre leggete questo brevissimo riassunto dove voglio condurvi alla mia considerazione, sono sicura che ognuno di voi stia pensando nel proprio piccolo a quella persona, anche incontrata di sfuggita per strada, che vi è rimasta in mente e che vi ha fatto pensare seppur per un solo istante, cosa sarebbe successo se…?

Proprio per questa domanda che vi è frullata almeno una volta nella testa, conservate un bel ricordo di quella persona, perché non avete avuto né modo né tempo di conoscerla, oppure di scoprirne le dinamiche in due, ma tutto si conserva nella vostra immaginazione, chiedendovi se quelle stesse emozioni siano state percepite anche dall’altra parte, se anche l’altra persona abbia pensato, per un solo istante, a voi.

Il non detto è un’arma a doppio taglio, può alimentare scenari presenti solo nel nostro cervello, e ci induce a crogiolarci in voli pindarici che appartengono solo alla nostra testa. Il non detto ti resta sullo stomaco. I tempi sono sbagliati, le parole vengono fraintese, le scelte di pancia vengono sostituite da mille ragionamenti che logorano il cervello, corrugano la fronte e rimpiccioliscono gli occhi, come a voler mettere a fuoco qualcosa che non si riesce a percepire sulla superficie. Il non detto si conserva in gesti piccoli, piccolissimi, che hanno tutti lo stesso significato: “questa cosa mi ha fatto pensare a te“, il che è già un risultato da non sottovalutare, considerato che non ci si aspetta niente, proprio perché niente è stato detto prima di allora.

Credo che in questi casi non ci sia una risposta univoca quando ci chiediamo se agire o meno, se fare un minimo passo in avanti oppure lasciare tutto così com’è, nella Svizzera del non detto, dove tutto è ciò che è, non è, e potrebbe essere. Forse dipende sempre dalla nostra predisposizione, dal nostro carattere, se le scelte dettate dall’istinto siano le prime che seguiamo oppure le lasciamo nel dimenticatoio e stiliamo invece lunghe liste di pro e contro.

Il vero problema è che, nel momento in cui noi ci perdiamo in questi pensieri, scopriamo che avremmo dovuto pensare un po’ meno, agire un po’ in più. E nel frattempo lo sconosciuto ha già attraversato la strada, è altrove. E tu rimani con tutto il non detto che avresti voluto raccontargli. E’ tardi.

Eppure, alla fine di Avengers Endgame, Peter e Gamora si incontrano di nuovo, sebbene in circostanze particolari (qui non si fanno spoiler!). Questo per dire che forse, ma solo forse, Baricco ha ragione quando dice che non si è mai lontani abbastanza per trovarsimai. Chi doveva essere solo di passaggio ha semplicemente transitato lungo il nostro cammino, alterandolo, arricchendolo, abbruttendolo. E poi ci sono i Peter e le Gamora, che si riconoscono in qualsiasi posto.

Jessica

Pubblicato in: èsololavita, gratitudine

La mia persona

[…] Il ragazzo che aveva perso il rospo era tornato, ma questa volta con lui c’era una ragazzina che indossava la sua uniforme di Hogwarts nuova fiammante.

“Qualcuno ha visto un rospo? Neville ha perso il suo” disse. Aveva un tono autoritario, folti capelli bruni e i denti davanti piuttosto grandi. […]

Viene così introdotta Hermione Granger nel primissimo libro della saga di Harry Potter, il maghetto più famoso al mondo nonché collana di libri a me molto cara.

L’ingresso in scena di Hermione è brusco, interrompe una conversazione tra Ron ed Harry e incurante si intrufola nelle loro vite, sebbene gli esordi non facciano ben sperare in una solida storia di amicizia e amore.

L’incontro con la mia persona, la mia Hermione, è avvenuto quasi venti anni fa. Era il 14 o il 15 settembre 2001, vivevo per la prima volta sulla mia pelle una storia fatta di terrorismo che non si fermava solo sulle pagine che leggevo a scuola, ma facevano parte del quotidiano e avrebbero influenzato gli anni successivi e la storia moderna. In quel periodo io combattevo un’altra battaglia, che ancora oggi mi porta non pochi problemi: la mia timidezza. Mi apprestavo ad iniziare un nuovo ciclo scolastico, quello delle scuole medie, dove non avrei incontrato le mie amiche delle elementari e avrei dovuto incominciare tutto daccapo. E se non fossi piaciuta a nessuno? Se non avessi mai intrecciato nuovi rapporti di amicizia? Questi pensieri mi angosciavano non poco allora. Per fortuna ora riesco a gestirlo molto meglio, ma la sensazione di disagio che mi accompagna quando devo conoscere qualcuno non mi ha ancora abbandonata.

Tornando a noi e a quel primo giorno di scuola, ricordo che quella mattina ero salita sull’autobus che raccoglieva i bambini della zona per lasciarli davanti all’istituto. Si ferma, sale un’altra manciata di bimbi e vedo salire la mia Hermione: capelli castani e arruffati, zaino in spalla e sguardo curioso. Prende posto proprio dietro di me. Eppure quella bambina aveva un’aria familiare, ma non riuscivo proprio a ricordare dove l’avessi già vista. Ci pensa lei a rinfrescarmi la memoria. La sua testa tutta capelli fa capolino tra le spalliere dei sedili e mi saluta: “Per caso tu vieni in Corderia? Alla spiaggia?

Ecco dove l’avevo vista, tutte le estati al mare, al bar a prendere il gelato, nei balli di gruppo con gli animatori. Era proprio lei!

Annuisco e accenno un sorriso, cercando di controllare il rossore che sento salire su tutto il volto.

“Io sono Katia” mi dice. “Ciao, io mi chiamo Jessica.”

A ben pensarci, venti anni sono tanti, ne ho conosciute di persone, molte delle quali sono state solo di passaggio nella mia vita. Ma nessun incontro è ancora tanto vivido nella mia memoria quanto quello. Katia mi ha – letteralmente e non – accompagnata per mano per tutti questi anni, nonostante la vita si prenda gioco di noi in modi che mai avremmo potuto ritenere possibili. Capisco quando vuole cercare di distrarmi mandandomi messaggi decisamente demenziali o cerca di occupare il mio tempo con altri pensieri che non siano i miei autodistruttivi. La capisco e lascio fare, perché una delle poche certezze della mia vita è che so di aver sempre bisogno di lei in qualche modo. L’anno scorso, dopo che non ci siamo viste per un po’ di tempo, si è trovata materialmente nelle mie giornate e non avrei potuto chiedere di persona migliore che mi tendesse la mano e mi risollevasse.

Dopo tre anni di scuole medie e cinque di liceo dove ancora mi rinfaccia i lividi sul braccio sinistro perché era il mio modo per attirare la sua attenzione, l’università ci ha viste prendere strade diverse. E poi il lavoro, le trasferte, Milano, Roma, Castellammare. Noi ci siamo sempre state, per i primi amori, le prime delusioni, le prime sbronze, le discussioni in famiglia o con amici, i primi viaggi insieme, Parigi, Stresa, Valencia, i litigi tra noi che ci hanno portato periodi di stallo, per poi ritrovarci di nuovo e più unite di prima.

Per me è sempre stata la mia Grande Puffo, come spesso l’ho chiamata nel corso di questi anni, quando dispensava perle di saggezza decisamente troppo profonde per la sua età… e continua a farlo! Ci sono stata quando pensava di essere persa e non vedeva la luce in fondo al tunnel, ma sono sicura che alla fine sia sbocciata grazie al lavoro che ha compiuto su se stessa. Ora è una donna autonoma, indipendente e inalterata nella sua bellezza, anche quando ha scelto il compagno della sua vita, perché è stato un valore aggiunto, e non un elenco di privazioni. La guardo e so che ho ancora molto da imparare da lei.

Katia è il giallo, il suo colore preferito, il colore dei girasoli, il colore del sole, della vita. Questa piccola lettera d’amore è per lei, per augurarle un buon compleanno e per ringraziarla in qualche modo per tutto quello che mi dice, ma soprattutto per tutti i silenzi pregni di significato.

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Katia è la mia Hermione. E si sa, senza Hermione, Harry sarebbe morto nel primo libro.

Jessica

PS: in questi giorni ricorre anche il primo compleanno di questo blog. Grazie a tutti coloro che si fermano a leggere, a leggermi, siete preziosi per me.

Pubblicato in: èsololavita

L’amore ai tempi del covid

C’era una volta una principessa che viveva confinata in un bilocale, senza un balconcino o un piccolo terrazzo che potesse consentirle di leggere un buon libro o ascoltare della musica lasciandosi baciare dai raggi del sole. Passava le mattinate appollaiata sul divano, con la fronte appoggiata al vetro della finestra che durante il giorno filtrava i raggi primaverili in casa. In realtà non era una principessa, o meglio lo era solo perché i capelli color del miele avevano raggiunto quella lunghezza tale per cui avrebbe potuto affacciarsi e sciogliere le trecce .

Ogni giorno quella giovane fanciulla viveva nell’attesa che un aitante Conte, di nome, riferisse alla popolazione quello che tutti aspettavano di sentirsi dire: ‘non ci sono più contagi, aprite ufficialmente le gabbie‘. La fanciulla attendeva quel momento per poter finalmente abbracciare e vedere quelle persone che per lei significano molto più di un cugino di secondo grado di cui non conosce nemmeno l’esistenza. Senza quelle persone da lei amate, non avrebbe mai imparato l’importanza di avere degli affetti stabili nella sua vita.

Nel frattempo, sola tra le mura del castello… ehm volevo dire palazzo… ehm volevo dire casa, sospirava piena di dubbi ed incertezze in merito al futuro, alle conseguenze psicologiche e materiali che sarebbero inevitabilmente scaturite dalla pandemia e a tutti i meravigliosi progetti che aveva riservato per l’inizio del nuovo decennio. Questi pensieri la tormentavano notte e dì, interrotti solo dalle chiamate virtuali e dai messaggi ricevuti da quelle persone che poteva definire casa.

E così, lentamente, scivolarono marzo e aprile, fino ad arrivare al 4 maggio, giornata ufficiale per l’inizio della fase 2, ovvero dove pian piano la fanciulla avrebbe potuto concedersi qualche libertà in più rispetto alla mera reclusione. E fu così che, di tutto punto, lunedì mattina, si recò al parco per concedersi una breve corsetta all’aria aperta. Ma c’era un pensiero che la tormentava: negli ultimi due mesi nel suo vicinato aveva preso forma un appuntamento quotidiano, dove un ragazzo di cui conosceva solo il nome e nemmeno il volto, puntualmente alle 18 diffondeva della musica che esortava tutto il vicinato ad affacciarsi al balcone e a partecipare a quella piccola comunità che ogni volta si riuniva.

La principessa voleva a tutti i costi conoscere l’aitante giovane per ringraziarlo della compagnia di cui aveva goduto nell’ultimo periodo. Fu così che, di ritorno dalla sessione di jogging, sbirciò sul citofono del palazzo per leggere, ahimé, una lista di soli cognomi. Come avrebbe mai potuto rintracciare il misterioso ragazzo? Mentre presa dallo sconforto legge gli ultimi cognomi dell’elenco, trova anche un’iniziale, D. La fanciulla sa che non è affatto un indizio sufficiente, ma ciò non la distoglie dal contattare la sua amica più fidata con un curriculum lodevole in fatto di stalkeraggi, per fornirle le iniziali incriminate.

Presa dalle faccende quotidiane e dimentica dell’episodio, la principessa nota che il display del cellulare si illumina per ricevere la notifica della stalker che, per via di qualche sortilegio, ha effettivamente trovato il giovane rampante! La fanciulla è sinceramente intimorita dalle doti dell’amica, ma al contempo estremamente grata per l’ignobile missione compiuta. In questo modo, apprende che il ragazzo è per metà italiano e per metà brasiliano, e già questo dovrebbe essere parte integrante di qualsiasi descrizione che si rispetti. Ma non finisce qui! Il suo profilo social è tempestato di quadri da lui stesso realizzati… un artista! Un artista italo-brasiliano! I voli pindarici della giovane reclusa avevano già raggiunto l’altezza della stratosfera, così decide di armarsi di cellulare e lasciargli un messaggio… non dimentichiamoci che lo scopo unico della ricerca consisteva nel ringraziare una persona che si era occupato in un certo senso del suo vicinato… quanta magnanimità!

Inviato! La fanciulla cerca di non dare eccessivamente peso alle sue fantasie, turbate da alcuni dubbi difficili da sciogliere ancora: sarà impegnato? E’ attratto dalle ragazze o dai ragazzi? Meglio non pensarci troppo e continuare con la propria quotidianità. Fino a quando il giovane risponde, dicendo di essere contento e ringrazia a sua volta per il messaggio. Fine. Due parole in croce? Tutto qui? La sventurata, delusa dall’italo-brasiliano, decide di archiviare l’accaduto e di prenderla con molta filosofia, realizzando che, anche in periodo di covid, l’amore, immaginato o no, ha la durata di un rutto.

FINE.

Jessica